
In un tempo in cui gli algoritmi sembrano conoscere sempre meglio i nostri gusti e suggerirci quali libri leggere, mi capita spesso di domandarmi se possano davvero intuire ciò di cui abbiamo bisogno nel momento che stiamo vivendo. Perché, se è vero che possono orientarci tra migliaia di titoli e aiutarci a trovare storie affini ai nostri interessi, è altrettanto vero che esiste una dimensione della lettura che sfugge a qualsiasi calcolo: quella dell'incontro.
Mi è capitato molte volte di entrare in libreria con l'idea di acquistare un libro preciso e di uscirne con una storia completamente diversa tra le mani. Non era quella che avevo programmato di leggere e, forse, non l'avrei nemmeno notata se mi fossi limitata a seguire ciò che già conoscevo.
Eppure, proprio quelle pagine sono riuscite a dare voce a domande che non avevo ancora avuto il coraggio di formulare. Da allora ho compreso che alcuni libri non arrivano nella nostra vita perché li abbiamo cercati, ma perché, in qualche modo misterioso, ci hanno trovate.
Negli ultimi anni il nostro modo di scegliere i libri è cambiato profondamente. Le piattaforme digitali e gli algoritmi ci suggeriscono continuamente nuove letture sulla base degli acquisti precedenti, degli autori che abbiamo amato e dei generi che preferiamo.
È una possibilità preziosa, soprattutto in un'epoca in cui siamo circondate da migliaia di titoli e orientarsi non è sempre semplice. Eppure continuo a chiedermi se gli algoritmi siano davvero capaci di suggerirci il libro di cui abbiamo bisogno oppure soltanto quello che, con maggiore probabilità, incontrerà i nostri gusti.
La differenza, almeno per me, è sostanziale. Un algoritmo è in grado di riconoscere schemi, individuare ricorrenze e prevedere quali libri potrebbero piacerci, ma non può conoscere il significato che una storia assume nella nostra vita, né intuire quale ferita riuscirà a sfiorare una frase o quale pagina illuminerà un passaggio delicato della nostra crescita personale. Ciò che può leggere sono i nostri comportamenti; ciò che continua a sfuggirgli è il nostro mondo interiore.
È proprio qui che la lettura smette di essere un semplice passatempo e diventa un'esperienza trasformativa. Nel mio lavoro di editor e consulente di scrittura incontro spesso donne che mi chiedono di consigliare un libro.
All'inizio sembra una richiesta semplice, ma ascoltandole con attenzione scopro che non stanno cercando soltanto una nuova lettura ma uno spazio nel quale sentirsi comprese, accolte, a volte “scosse”, desiderano una storia capace di dare un nome a ciò che stanno vivendo o uno specchio nel quale riconoscersi, o ancora una vita possibile tra intraprendere nella realtà.
La biblioterapia mi ha insegnato che il libro giusto non coincide sempre con quello che avremmo scelto seguendo esclusivamente i nostri gusti. A volte desideriamo una storia che confermi ciò che già sappiamo, mentre abbiamo bisogno di una storia che ci accompagni oltre ciò che conosciamo, aprendoci a prospettive nuove e invitandoci ad abitare domande inattese. È proprio in questa distanza tra il desiderio e il bisogno che nasce la possibilità di trasformazione.
Quando scelgo un libro in un percorso di biblioterapia, infatti, non parto mai soltanto dalle preferenze di chi ho davanti. Cerco piuttosto di ascoltare ciò che ancora non riesce a dire, perché molto spesso il bisogno più autentico si nasconde dietro una richiesta apparentemente ordinaria.
È un ascolto che nasce dalla relazione, dall'empatia e dalla capacità di cogliere sfumature che nessun algoritmo, per quanto sofisticato possa diventare, riuscirà mai a trasformare in dati.
Ogni libro, inoltre, lascia una traccia che continua ad accompagnarci anche dopo aver chiuso l'ultima pagina. È proprio allora che, per me, la scrittura diventa il naturale proseguimento della lettura.
Scrivere significa fermarsi ad ascoltare ciò che quella storia ha risvegliato dentro di noi, accogliere le emozioni emerse e trasformarle in parole che ci aiutano a comprenderci con maggiore profondità. Leggere e scrivere sono, da sempre, due gesti che si nutrono a vicenda e nei miei percorsi si fondono sempre.
Lo psicologo Carl Gustav Jung sosteneva che una parte importante della nostra vita interiore rimane nascosta alla coscienza. Forse è anche per questo che alcuni libri sembrano arrivare nel momento esatto in cui siamo pronte ad accoglierli. Non li abbiamo cercati razionalmente e, forse, non li avremmo nemmeno scelti seguendo le nostre abitudini, eppure finiscono per raccontare qualcosa che ci riguarda profondamente.
Nella pratica della meditazione si dice spesso che la mente tende a cercare ciò che già conosce, mentre la presenza ci invita ad aprirci all'ignoto. Credo che accada qualcosa di molto simile anche nella lettura. Quando lasciamo andare il bisogno di controllare ogni scelta e ci concediamo il tempo di rallentare, diventiamo più disponibili a incontrare la storia che può davvero accompagnarci.
Viviamo in un tempo che ci spinge a ottimizzare ogni esperienza e a scegliere sempre più velocemente. Gli algoritmi rispondono perfettamente a questa logica, mentre la lettura ci insegna qualcosa di diverso: ci invita a sostare, ad abitare una pagina senza fretta e ad ascoltare ciò che si muove dentro di noi. È un tempo lento, che non può essere misurato dall'efficienza, perché appartiene all'esperienza dell'anima.
Per questo continuo ad amare le librerie, le biblioteche e gli scaffali pieni di libri nei quali è ancora possibile perdersi senza una meta precisa. Amo il gesto di far scorrere lentamente le dita sui dorsi dei volumi, il profumo della carta, il silenzio che accompagna la ricerca e quel momento in cui una copertina, un titolo o una frase sembrano attirare il nostro sguardo senza una ragione apparente.
Credo profondamente nel valore della serendipità, nella possibilità di trovare qualcosa di prezioso mentre stavamo cercando tutt'altro, perché alcuni dei libri che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo sono arrivati proprio così.
Non considero la tecnologia un nemico della lettura. Penso che possa aiutarci a scoprire nuovi autori e ad ampliare i nostri orizzonti, purché non dimentichiamo che il rapporto con un libro rimane, prima di tutto, una relazione umana.
Leggere significa concedersi il tempo di ascoltarsi, cambiare prospettiva e attraversare territori interiori che nessuna intelligenza artificiale potrà conoscere fino in fondo.
Forse, allora, la domanda più importante non è se gli algoritmi siano capaci di scegliere i libri per noi, ma se siamo ancora disposte a custodire uno spazio di libertà nel nostro modo di leggere. Perché la libertà di una lettrice non consiste soltanto nello scegliere ciò che le somiglia, ma anche nell'accogliere ciò che può trasformarla.
La prossima volta che entrerai in libreria, prova a mettere da parte, almeno per qualche minuto, classifiche e suggerimenti personalizzati. Cammina lentamente tra gli scaffali, lascia che un libro richiami la tua attenzione, aprilo in una pagina qualsiasi e ascolta ciò che accade dentro di te.
Forse continueremo a chiedere agli algoritmi di suggerirci cosa leggere, e probabilmente continueranno a sorprenderci con consigli sempre più accurati. Io, però, spero di non perdere mai l'abitudine di lasciarmi guidare anche dall'intuito, perché credo che, proprio come accade negli incontri più importanti della nostra vita, anche alcuni libri abbiano bisogno di conservare una parte di mistero per riuscire a raggiungerci.
